Raffaele Greco

Eugenio Bales

Video/Performance 2021

In English below

Eugeno Bales è un opera creata in occasione di una manifestazione artistica a Milano che ha coinvolto più cinema e teatri della città. L’opera è stata realizzata appositamente sulla storia del Teatro Martinitt, teatro componente del vecchio orfanotrofio Martinitt ora campus univiersitario.
Il progetto è nato grazie alla collaborazione del museo Martinitt e Stelline che hanno concesso una ricerca nel loro archivio storico permettendo la costruione della trama dell’intera opera.

Il lavoro è articolato da immagini illustrative e una scultura, arricchite da un docu/fiction di 13” e un ultimo atto performativo che conclude il ciclo dell’opera.

Il lavoro è coprodotto con l’autrice e curatrice Francesca Greco.

Still video

EUGENIO BALES
Testo critico di Francesca Greco

Esistono, per i vecchi bugiardi che per tutta la loro vita non hanno fatto altro che recitare una parte, dei momenti in cui vi si immedesimano a tal punto da tremare e piangere davvero per il turbamento, nonostante anche in quello stesso istante (o solo un secondo più tardi) potrebbero sussurrare tra sé e sé: “Stai mentendo, vecchio svergognato, fai l’attore anche adesso, nonostante tutta la tua ira ‘sacrosanta’ e il ‘sacrosanto’ momento d’ira”.
[Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, 1880]

Il limite tra il reale e l’immaginifico è sottile. A raccontare questa soglia intervengono verità e finzione, che intrecciandosi consentono di trovare risposte lì dove la realtà, da sola, non arriva.

I personaggi di questo racconto sono creatori di un immaginario, che estende e rende plastica la realtà, la dilata e, come in un perfetto paradosso, la rende più tangibile, più autentica. Il doppio, lo straniamento, il fantasmatico ri-costruiscono le tracce di un passato incerto.
Orfanotrofio maschile, 1982, Eugenio Bales viene espulso, non è un bamboccio, non fa prendere aria al letto prima di rifarlo.

Eugenio Bales ed Eugenio Bales – omonimie non casuali –, sono due e molteplici, sono estensione di loro stessi, prolungamenti di un racconto che non si esaurisce nella sfera personale, ma diventa universale: sono un pretesto. La storia diventa Storia e tutti sono chiamati a farne parte, in un gioco continuo di finzione e onestà. Ad accompagnare i Bales, Enrico Vaghi, il vero fantasma del racconto – combattente al fronte, morto ad Adua nel 1896 –, portatore di chiarezza sul trascorso ipotetico di Bales dopo l’espulsione. Il volto di Vaghi, scavato nel gesso, interferisce nel racconto a ricordarci che tutti sono sacrificabili; contrapposto a Bales in carne e ossa che, invece, ricorda che il sacrificio non sarà perduto, non sarà omesso.
Che questa storia, abbia l’aria di essere tutte le storie, è innegabile. Che confonda, stupisca e sia motore di un tilt, richiama il dovere di farne parte. È una chiamata alle armi, la stessa che uccide Vaghi e che probabilmente ha ucciso anche Bales.

Non importa che sia reale o immaginaria, che menta o dica la verità, questa storia è sacrosanta e, come tale, merita di essere raccontata.

EUGENIO BALES

Critical text by Francesca Greco

There are moments for old liars, who have done nothing but play a part their entire lives, when they identify so deeply with their role that they truly tremble and cry in distress, even though, in that very moment (or just a second later), they might whisper to themselves: “You’re lying, you shameless old man, you’re acting even now, despite all your ‘righteous’ fury and the ‘righteous’ moment of rage.”
[Fyodor Dostoevsky, The Brothers Karamazov, 1880]

The line between reality and imagination is thin. Truth and fiction intervene to describe this threshold, intertwining to provide answers where reality alone cannot reach.

The characters in this narrative are creators of an imaginary world, which stretches and makes reality more pliable, expanding it and, in a perfect paradox, making it more tangible, more authentic. Doubling, estrangement, and the ghostly re-construct traces of an uncertain past.
In a boys’ orphanage in 1982, Eugenio Bales is expelled—he’s not a good boy, he doesn’t air out the bed before remaking it.

Eugenio Bales and Eugenio Bales—identical names, not by coincidence—are two and many at once, extensions of themselves, prolonging a story that transcends the personal and becomes universal: they are a pretext. The story becomes History, and everyone is called to take part, in a continuous play of fiction and honesty.
Accompanying the Baleses is Enrico Vaghi, the real ghost of the story—a frontline soldier, killed in Adwa in 1896—bringing clarity to the hypothetical path of Bales after his expulsion. Vaghi’s face, carved in plaster, disrupts the narrative to remind us that everyone is expendable; in contrast, the flesh-and-blood Bales reminds us that the sacrifice will not be in vain, will not be forgotten.

That this story seems to represent all stories is undeniable. That it confuses, astonishes, and triggers a tilt in perception evokes the duty to be a part of it. It is a call to arms, the same call that killed Vaghi and probably killed Bales too.

Whether real or imaginary, whether it lies or tells the truth, this story is sacred, and as such, it deserves to be told.